domenica 17 luglio 2011

Adesso ho da fare

Sono troppo occupata a bere the bollente e dolcissimo, stravaccata su un divano assordata dal frinire delle cicale mentre lancio i miei dadi cercando di rimettere in gioco la mia ultima pedina nell'ennesima sfida a backgammon per raccontare, o anche solo per accennare quanto possano essere piene le giornate quando si e' in un altro continente (e' Asia, questa, per quanto Minore) e ci si apre al mondo, e si conoscono persone che non si sarebbero mai incontrate e ci si riempie gli occhi e le orecchie di suoni e colori e ogni cosa e' illuminata da un sole che brucia la pelle, da una luce che abbaglia e avvolge...
Sono troppo occupata a godermi questo tempo e questo luogo liminare, alieno eppure amico, familiare e sconosciuto. Ne parlero', forse, quando torneremo nel tran tran magiaro. Adesso ho da fare.

martedì 5 luglio 2011

Le ragazze serie

Non chiedetemi perché, ma stamattina mi gira in mente una canzone vecchia vecchia di cui non so come (in realtà lo so benissimo...) mi ricordo alcune parole: "Le ragazze serie non ci sono più". Lasciamo stare l'autore, la musica, e tutto il resto, mi vergogno abbastanza da me.
Quello che invece mi piace provare a descrivere è il tono, quel tono con cui le persone di una certa età, nonne, zie, e a ben vedere sono sempre e solo donne, riunite in circolo a sferuzzare o a sorbire un caffè da tazzine di fine porcellana, sentenziano: "È una ragazza seria". Ma che vuol dire, essere una ragazza "seria"? Una che si preserva per l'uomo ideale? Una che controlla il 740, il modello e l'anno di immatricolazione dell'auto prima di concedere le sue grazie? Una che erige intorno a sé un muro di cristallo e si pone al di fuori e al di sopra della deprecabile carnalità cui siamo soggetti in questo breve transito terrestre? Non l'ho mai capito, a dire il vero, e a dirla tutta del non essere una ragazza seria non mi sono quasi mai riuscita a vergognare.
Non sono una ragazza seria. E la cosa che mi rallegra è sapere che non sono assolutamente una bestia rara. E meno male!!!

sabato 2 luglio 2011

La condizione della donna

Una decina di anni fa ero in Puglia con il mio ex marito a visitare sua sorella e le nipoti (col cognato non correva buon sangue). Un giorno tutta la famiglia di mio cognato si era riunita nel giardino di una delle villette al mare. Credo fosse il pranzo di ferragosto, ma non ci giurerei. Finito di mangiare, mentre le donne rassettavano e lavavano i piatti, ero lì che mi fumavo la mia sigaretta senza rendermi conto di essere l'unica persona non penemunita che ancora indugiasse a languire sulla sedia, e cosa c'è di meglio, dopo una bella mangiata, di un buon caffè e una sfogliata ai titoli del giorno? Così, con totale naturalezza, ho sfilato il giornale dalle mani al marito che allora non era ex e gli ho detto "Perché non fai il caffè?" E lui, con altrettanta naturalezza, si è alzato ed è andato in cucina.
Solo lo sguardo tenuto sui titoli che tanto m'avevano incuriosita mi ha impedito di essere travolta dalla generale riprovazione. Ma quando l'ho alzato, lo sguardo, le donne mi squadravano di sottecchi, e gli uomini scuotevano il capo all'indirizzo di lui, il povero fallito che si china ai voleri di una svergognata.
Del resto, qualche tempo dopo, sempre con lui eravamo dai miei, passati a sorpresa fuori tempo ma senza aver mangiato. Mia madre mi chiama in cucina e mi consegna le cibarie con un naturale "Vai a servire tuo marito". E io, con un'altrettanto naturale alzata di sopracciglia e sgranata d'orbite, lancio un grido d'aiuto: "X, mi aiuti a portare la roba in tavola?" ignorando con ostentazione una richiesta che, mi spiace, così espressa non riuscirei mai a soddisfare.
Ieri ho avuto una giornata allucinante. Alle 9 di sera, finalmente, andiamo con T. a provare un nuovo posto mediorientale aperto il giorno stesso, di un amico del nostro spacciatore di fiducia di gyros (o shawarma, o kebab, o più familiarmente la sacra carne). Veniamo accolti come delle star (T. ha avuto varie apparizioni in TV, in effetti qui è un po' una celebrità), accompagnati per le scale, accomodati al tavolo (è un fast food, ci tengo a specificarlo, non un ristorante) e lasciati soli con un solerte "Per qualsiasi cosa, chiamatemi". Mangiamo guardando video della MTV siriana, tamarrume niente affatto diverso dal "nostro", americano ed europeo, e mastichiamo di gusto considerando le differenze culturali e quanto sia grande il mondo e quanto diverse le culture di cui sappiamo davvero poco e quanto sia filtrato e distorto quel poco. Finito di mangiare, metto il mio vassoio sotto il suo, il mio piatto sopra al suo, le mie posate accanto alle sue e ci alziamo. T. prende il vassoio, è lui l'uomo di fatica, e ci avviciniamo alle scale. Scatta il proprietario dal tavolo vicino, scatta la cameriera dal piano di sotto. Il vassoio viene intercettato, il proprietario lancia uno sguardo alla cameriera che si precipita con un "Ti prego! Faccio io!" mentre un altro cliente, sceso un momento prima, esce dal locale dopo aver lasciato il vassoio sull'apposito ripiano. Poi lo sguardo me lo sento su di me, ed è quello sguardo di riprovazione che conosco e che non mi offende. Non più.
Usciti dal locale, riprendiamo la nostra continua conversazione, che questa volta si sposta sull'uomo, la donna, e l'essenziale caratteristica di entrambi, ciò che li accomuna, il semplice essere membri della stessa specie. Da lì inevitabilmente saltiamo alla biologia e a Richard Dawkins con il suo gene egoista, e finiamo per impelagarci nelle guerre di religione.
Io non servo nessuno.
E T. è uno di quegli uomini, rari e preziosi in questo mondo, che non desiderano essere serviti.

domenica 26 giugno 2011

Quorum

Dal mio esilio volontario, leggo ogni giorno i quotidiani italiani. In realtà mi interessa di più leggere i commenti, e credo che sia meraviglioso avere finalmente la possibilità di sentire le voci delle persone, quelle vere, nel bene e nel male. Anche perché così scopri che quelli che sono "dalla tua parte" in realtà non lo sono mica poi tanto, e quelli che sono "dall'altra parte" lo sono ancora meno.
Ma non è della mia posizione politica che voglio parlare, anche perché sarebbe complicato e stiamo qua per svago, mica sul serio.
Così leggiucchiando i giornali e i commenti ho passato le giornate precedenti i quesiti referendari (oh come mi piace usare espressioni compite!). Sono ancora residente in Italia, ufficialmente, e il biglietto per tornare e votare anche io non l'ho comprato. Costava troppo, mi dicevo, ma in realtà non avevo fiducia, in un paese così imbecille da lasciarsi turlupinare da un venditore di miracolosi ritrovati per la ricrescita della chioma, con tutto il suo carretto di burattini e bottigliette colorate. Un paese che mi ha costretta, per disgusto, a fare i bagagli, e in cui non ho ancora alcun desiderio di tornare a vivere non meritava neanche 5 dei miei sudati euro di precaria a evasione zero (questo siamo, cari miei, noi liberi professionisti del terziario, ficcatevelo in testa e piantatela di vessarci), e da spendere ce n'erano ben di più.
Se non siete capaci da soli, voi che avete scelto di restare o che non avete scelto di andarvene, a pensare al vostro futuro, al vostro presente, alle vostre vite, beh non sarà la mia mano armata di matita copiativa a venirvi in aiuto. Non più. Questo mi dicevo, mentre leggevo e approvavo singole frasi di commenti, degli articoli stessi, dei video. La vicinanza, il "comune sentire", mi sono rassegnata, è sempre marginale e in pochi punti, in brandelli di pensiero passati al setaccio e vagliati.
Poi i risultati li sappiamo, e sono stata contenta, e anche orgogliosa! Ho sentito meno schifo per i miei connazionali, meno rabbia, meno indignazione. Vivere indignati è una fatica, anche per questo non guardavo da anni la tv e anche per questo sono a 800 km in linea retta da "casa".
Ok, sarebbe stato bello che i quesiti sull'acqua venissero illustrati chiaramente, non importa quanto sia faticoso far capire ai "non addetti ai lavori" le minuzie tecniche, lo si fa, con buona volontà, e se il telespettatore s'annoia e cambia canale, beh quello a questo punto è un problema suo. Non è che si debba sempre mettere una tetta o un culo o una tartaruga di addominali a corredo di un'affermazione per mantenere la soglia di attenzione del pubblico.
Così nelle mie riflessioni sulla democrazia, l'iniquità del sistema, la mia pensione che farà ridere i polli come quella di troppi miei coetanei, i privilegi di casta e le reti corrotte di rapporti clientelari, il sostegno del maggior partito d'opposizione (sic) al criminale che governa questo stivaletto da puttana sulla tangenziale nel momento di maggior bisogno (ovvero quando si caca sotto di fronte a un ipotetico futuro), ci ho infilato pure l'esercizio della democrazia diretta, i trucchetti per sabotarlo, le azioni di propaganda e censura, e sono arrivata a convincermi che:
NON bisogna abolire il quorum. Assolutamente no. Bisogna spostarlo. Dai referenda (uh come sono dotta col mio plurale latino!!) alle politiche. Così che di fronte a un'astensione del 70-80% (e ci si arriverebbe, se astenersi fosse un modo per contare anziché per tirarsi fuori dal gioco), lorsignori se ne andrebbero tutti a casa. Ma tutti eh!
Provate a immaginare gli scenari. Quorum del 50%+1 per le elezioni politiche. Come dicono adesso in Italia, non so se l'abbia detto qualcuno in TV e la cosa si sia diffusa, probabile, "mi ride anche il culo". E per ridere ancora di più, niente quorum per i referenda. Se la cosa ti interessa, vai a votare. Se non ti interessa, non ci vai, e il tuo non andarci non influisce sulla decisione, presa a questo punto solo da quelli a cui la questione interessa, senza trucchetti balneari.
Con questa utopia negli occhi, e un certo languorino nello stomaco, saluto il pubblico non pagante (sempre sia lodata l'adsl flat) e vado a farmi una passeggiata lungo il Danubio.

giovedì 23 giugno 2011

Non voglio fare come i giornali italiani

Che invece di dare le notizie sprecano carta o bit per raccontare cosa abbia detto chi, e cosa abbia risposto chi altro, e cosa abbia commentato chi altro ancora. Non voglio fare come i giornali italiani che invece di quello che succede, dei fatti, si dilungano a raccontare quel che si dice si farà, quel che si teme, quel che si prevede, quel che si stima. Le chiacchiere vuote non sono notizie, e non lo sono neanche i panda ballerini e i koala ubriachi. Non voglio fare come loro, per cui non annuncerò eccezionali reportage dalla Turchia che non scriverò perché probabilmente non ne avrò voglia, non condividerò le mie aspettative per questo lungo viaggio pensando al quale conto i giorni con impazienza. Non condividerò il percorso programmato con dovizia di link a foto e siti promozionali. Se proprio volessi raccontare qualcosa, dovrei direi delle 14 ore di pullman con cui l'anno scorso siamo scesi in Dalmazia dalla Vojvodina, e del passaggio per le montagne della Bosnia, e di Mostar, e della fila di negozi cinesi alla periferia di Sarajevo... Ma è un anno che vorrei scriverne ed è un anno che non trovo il tono e accumulo bozze non pubblicate. Accontentatevi di una foto.
E di un link a questa canzone dei CSI.















"
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la p
ace che ammazza qua e là
ci fott
ono i preti i pope i mullah
l'ONU, la N
ATO, la civiltà..."

mercoledì 22 giugno 2011

Trasloco

Ho cambiato 11 case, in 5 città (vabbè, una era un paese) e 4 nazioni.
A Roma sono nata e cresciuta.
A New York è cambiata la mia percezione del mondo.
A Toronto ho scoperto un paese che funziona.
A Roma, di nuovo, pensavo di mettere radici quel tanto che bastava per darmi da scappare altrove, diciamo ogni due o tre mesi. Sempre per tornare, eh! all'ovile, alla stalla, o come la vogliamo chiamare, anche casa, via. E poi ho messo anche radici legali, radici riconosciute dall'autorità e approvate. Radici innaffiate forse troppo di rado, o fertilizzate col concime sbagliato. O con troppo concime. Si tratta pur sempre di merda, no?
Da due anni vivo a Budapest, riluttante all'acquisto di mobili per una strana sensazione che presto sarà il tempo di ripartire. Non sono sola in questo mio sentire irrequieto, divido la mia vita con la persona migliore potessi sperare per il qui ed ora (ma anche per il dovunque e in futuro, solo che certe cose meglio non dirle).
Guardo alla Slavia del Sud con amore e intenzione, ma per ora qui.
E in questo nuovo blog.
Non è che il vecchio mi fosse venuto a noia, ma aveva un'impronta, uno stile, che non è più mio.
E sì, se non si fosse intuito ho bisogno di muovermi e cambiare e mettere distanze adeguate tra me e quel che scelgo di lasciare.
Spero di avere cose interessanti negli scatoloni qua intorno. Li aprirò con calma, quando me ne verrà il desiderio. Si dorme comodi anche in terra, d'estate.